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L’emergenza Coronavirus, da circa due anni ha cambiato il modo di vivere i rapporti sociali. Oggi le relazioni sono caratterizzate dalla distanza sociale e, in caso di positività, dall’isolamento forzato. Le conseguenze psicologiche di tutto ciò non sono affatto trascurabili. I vissuti di solitudine, paura ed angoscia predominanti, hanno comportato un aumento dei disturbi d’ansia, depressione e stress cronico.

Qual è lo stato dell’inclusività ai tempi del Covid-19? Da subito c’è stata una sospensione delle attività utili a migliorare il loro stato psico-emotivo, poi la totale confusione sulle specifiche prassi da seguire. Tutto questo proprio a soggetti che allo stesso tempo venivano etichettati come “fragili”. Risulta evidente che le persone più fragili siano state abbandonate: chi recluso in casa spesso senza forme di assistenza, chi nelle RSA senza ricevere visite dai propri familiari. La qualità della vita di questi soggetti durante questa pandemia è peggiorata. Anche la riduzione delle attività quotidiane ha portato a difficoltà nei rapporti sociali, isolamento, stati ansiosi e depressivi.

Come conseguenza di ciò è aumentata la richiesta di assistenza e sostegno di tipo socio sanitario. Questi dati evidenziano la necessità di una maggiore attenzione per questi soggetti anche dal punto di vista psico-emotivo. Si potrebbero creare  gruppi di sostegno online e, ove possibile, attività ricreative da condividere tramite videochiamate.

Le problematiche della DAD 

Bisognerebbe poi aprire un capitolo a sé per gli studenti; bambini e ragazzi abituati alla presenza di insegnanti di sostegno ed assistenti scolastici hanno dovuto rapportarsi alla DAD. Questi ragazzi si sono ritrovati davanti ad un computer insieme ai loro genitori che tentavano di aiutarli. Con la DAD hanno perso il fondamentale contatto sociale e fisico con chi da anni li aiuta nell’apprendimento scolastico e nella socialità. Al rientro a scuola molti studenti con disturbi del linguaggio, dell’apprendimento, deficit motori, disturbo dello spettro autistico e disabilità intellettiva (uno studio qui), hanno mostrato un aumento della frequenza dei “comportamenti problema” (un atteggiamento che può essere rischioso per il soggetto, per i compagni e per l’ambiente, che può ostacolare l’apprendimento e le relazioni sociali e può comprendere anche forme di aggressività).

Inoltre da vari studi è emerso lo sviluppo di forme di ritiro sociale, ossia nel sottrarsi gradualmente all’interazione con gli altri, fino alla chiusura in una stanza in cui il ragazzo non vede più nessuno anche per mesi o anni. Contemporaneamente si sono accentuati anche i comportamenti aggressivi e difficoltà nel mantenere l’attenzione. Per migliorare la situazione di questi ragazzi in tempi di Covid bisognerebbe alternare le attività online a quelle in presenza con figure specializzate. Risulta importante anche incoraggiare i ragazzi all’espressione delle proprie emozioni.

DAD e ritiro sociale
Ritiro sociale, ossia nel sottrarsi gradualmente all’interazione con gli altri

Qui un approfondimento su Disabili.com

La questione dell’inclusività ai tempi del Covid-19

Da inizio pandemia il processo di inclusione di cui si parla da anni, ha subito un forte rallentamento e le prospettive future non sono certo delle migliori. Quello che risulta evidente è invece una forte discrepanza tra i principi di inclusione e la nostra società, probabilmente poco attenta e culturalmente impreparata per poterli mettere in pratica.

Forse la domanda da porci e sulla quale riflettere è: come possiamo cambiare la nostra cultura per rendere possibile una vera inclusività? Si potrebbe pensare ad interventi di psicoeducazione in gruppi integrati di soggetti con disabilità, loro familiari e coinvolgendo anche chi ha la possibilità di incontrare questi soggetti sul posto di lavoro. Gli operatori turistici o i commercianti di vari settori, ad esempio, potrebbero apprendere i giusti mezzi con cui poter interagire con chi ha una disabilità.

 

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